Diciamo le cose come stanno senza inutili giri di parole utili solo a confondere ancora di più le idee a cittadini ai quali, negli ultimi 20 anni, sono state raccontate le peggio fandonie da parte dei soliti noti: la cricca capital-catto-comunista che tiene in pugno l’economia e la politica italiana ed occidentale.
La faccenda dell’acqua: l’acqua pubblica, il referendum, ecc., non è altro che un semplice e fin troppo evidente paravento dietro cui si nasconde la lotta fra le due fazioni dello stesso gruppo di potere capital-catto-comunista: la lotta fra la fazione che, ben introdotta e ben rappresentata nel mondo finanziario, vuole aprire nuovi fronti di speculazione e di profitto economico sul bene acqua e fra la fazione dei girotondini, il popolo della rete, il popolo viola, i grillini, insomma tutto il rugginoso armamentario chic/rivoluzionario che ha accompagnato come un ombra l’avanzata del potere finanziario anglosassone negli ultimi 40 anni, con il preciso compito di dare una facciata presentabile e “dalla parte dei cittadini” ad interessi privati di ristretti gruppi di potere.
Da un lato quindi sono schierati coloro che vogliono assegnare nuovi profitti ai privati sulla gestione del bene acqua (costoro sono, indifferentemente, in ambo gli schieramenti attualmente maggioritari nel panorama politico ufficiale: PDL e PD), dall’altro lato vi sono coloro che auspicano un ritorno alla gestione del bene acqua interamente di tipo “pubblico”, cioè affidato alla casta politica. E qui ritorniamo all’origine, dato che la casta politica è comunque reclutata e cooptata dai grossi interessi finanziari mondiali. E la gestione affidata alla casta politica significa finanziamento ai Partiti della casta. Perché le illusioni che la gestione pubblica possa essere priva di “drenaggi” e di interessi di parte, è una semplice illusione, e anche poco pia.
Ma perché un cittadino dovrebbe pensare di trarre guadagno dalla gestione dell’acqua affidata al pubblico? Che i profitti della gestione vadano ad un privato, o al Partito politico che, alla fin fine, è sempre determinato dal privato, cosa cambia al cittadino?
Forse i cittadini hanno l’illusione di poter dire la loro in una gestione affidata al pubblico? Non ne saremmo così tanto sicuri. Proprio in un articolo apparso recentemente su Libertà, il movimento 5 stelle (che figura fra i promotori del referendum per l’acqua pubblica) fà chiaramente intendere l’inadeguatezza di una classe politica italiana in cui solo uno su tre è laueato e parecchi arrivano appena alla terza media. Affermazione sibillina che fa trasparire quanto poco spirito democratico vi sia in un movimento che dice di nascere dalla gente ma che parla con la spocchia e la “puzza al naso” tipica di chi mastica poca democrazia e soprattutto è ben lontano dalla vita quotidiana.
Stiano tranquilli pertanto i cittadini che firmano per il referendum: con questa gente, se non hanno almeno la laurea non potranno mai arrivare a gestire la cosa pubblica.
Ma la cosa che incuriosisce di più è la pelosità sottesa alle motivazioni referendarie. “l’acqua è un bene comune ….. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali” si legge sul sito internet della campagna referendaria. Finalmente! Per i referendari è l’attuale governo che ha tutte le colpe. Forse era meglio essere più precisi: è tutta colpa di Berlusconi.
Noi però abbiamo memoria lunga. E ricordiamo che è con la Legge n. 142 dell’8 giugno 1990 (VI Governo Andeotti – DC, PSI, PSDI, PRI, PLI ) che viene assestato il primo durissimo colpo alla gestione pubblica dei servizi legati al ciclo idrico. L’art. 22 della legge precisava che i servizi pubblici (fra cui il ciclo idrico) potevano essere gestiti, fra le altre tipologie, anche mediante la concessione a terzi (privati), qualora sussistessero ragioni tecniche, economiche, e di opportunità sociale. E poi con la Legge n. 36 del 5 gennaio 1994 (Governo Ciampi – DC, PSI, PSDI, PLI) meglio conosciuta come Legge Galli, con cui all’art. 20 si precisava che la gestione del Servizio idrico integrato poteva essere affidata a terzi (privati) mediante procedure di gara di appalto pubblico. Ma ancora il 2° Governo Amato (Ulivo, PDC, UDEUR) che con il D. Lgs. 18 agosto 2000 – Testo unico delle Leggi sull’ordinamento degli enti locali – stabiliva, all’art. 113, che tanto l’attività di gestione delle reti, quanto l’attività di erogazione dei servizi, poteva essere affidata a soggetti anche totalmente privati, scelti mediante gare pubbliche. E poi la Regione Emilia Romagna, con la Legge Regionale n. 25 del 6 settembre 1999, dove stabiliva che le attività di gestione ed erogazione legate al servizio idrico integrato devono essere affidate mediante gare ad evidenza pubblica (in cui quindi possono partecipare soggetti totalmente privati)
Insomma, ci fermiamo per amor di patria, ma ci sentiamo di dire, senza tema di smentite, che questo governo, con la privatizzazione dell’acqua, c’entri ben poco. Come ci sentiamo di dire che questa dell’acqua pubblica è la solita gazzarra fra i soliti noti.
La Destra
Federazione Provinciale di Piacenza